Istituzione scolastica sgretolata, dopo elezioni si riparta dalla salute degli insegnanti – Orizzonte Scuola

Le urne sono chiuse ma i problemi sono aperti e ben lungi dall’essere risolti. Appare del tutto evidente la difficile situazione politica per formare un governo stabile, ma dobbiamo sforzarci di guardare oltre questo problema immediato focalizzandoci sulla realtà scolastica.

Prenderemo perciò spunto da quanto occorso nella scuola in questi ultimi mesi – partendo dalla petizione sottoscritta dagli oltre 35.000 docenti – per cercare di mettere a fuoco le evidenti storture che riguardano la stessa e proporre qualche riflessione costruttiva.

  1. La petizione che chiedeva ai politici di dedicare la prossima legislatura a restituire dignità agli insegnanti (attraverso la tutela della salute, l’adeguamento del salario e la rivisitazione delle pensioni) ha ottenuto un discreto riscontro ma ancora insufficiente per interessare realmente gli interlocutori: ha in effetti firmato 1 solo insegnante su 24. Verrebbe da dire che non è facile coinvolgere il corpo docente neanche quando si propongono cose in suo favore. Il perché di ciò può essere imputato alla demotivazione degli insegnanti stessi che oramai non credono più a niente, oppure ai soliti maledetti stereotipi che gravano come macigni inducendo la categoria a stare nascosta e a mantenere un basso profilo. Ma forse si tratta del combinato disposto delle due spiegazioni.
  2. Nessuno dei partiti ha inserito nel proprio programma la tutela della salute dei docenti nonostante il DL81 abbia compiuto (invano per la scuola) dieci anni. I vincitori hanno però avuto buon gioco limitandosi a promettere di cancellare la “buona scuola” che ben si è prestata come specchietto per le allodole.
  3. E’ stata recentemente approvata dal governo l’uscita agevolata dal mondo del lavoro a 63 anni (ACE), senza versamenti aggiuntivi, per la sola categoria delle maestre della scuola dell’infanzia: un correttivo che tutto il corpo docente ha percepito come misero e discriminatorio.
  4. Si sono moltiplicate le aggressioni fisiche agli insegnanti, ma l’intervento istituzionale non è praticamente avvenuto se non con un inutile encomio in un singolo caso.
  5. E’ stato rinnovato il contratto della scuola con aumenti davvero imbarazzanti a favore della categoria professionale. Alcuni sindacati si sono persino rifiutati di firmare (Gilda e Snals).
  6. A 50 anni dal ’68 non sembra essersi esaurita l’onda lunga del “6 politico” che si manifesta ancora oggi con l’abolizione del voto di condotta alla primaria e con la cancellazione di prove d’esame alla secondaria di I grado. Una scuola ulteriormente svuotata di strumenti, contenuti e responsabilità.
  7. Abbiamo assistito fin da principio, tutti perplessi e scontenti, alla nomina di un “titolare del Miur senza titoli” ma abbiamo votato per candidati alla Presidenza del Consiglio che non possiedono nemmeno una laurea, avallando di fatto un sistema globale che sancisce l’irrilevanza del processo d’istruzione e l’inutilità dei docenti che vi stanno dietro.

Bastano questi pochi punti a farci comprendere come gli attacchi alla scuola avvengano in ordine sparso, ottenendo un effetto distruttivo mirante a sgretolare l’istituzione stessa logorandola nel tempo dal suo interno. Anche le reazioni della categoria docente soffrono dell’assenza di una strategia dovuta alla carenza di visione d’insieme. Intervengono solo azioni sporadiche e parcellizzate senza una qualsivoglia programmazione. Ci si trova così di volta in volta a protestare contro la riforma sciagurata, a manifestare per il contratto pietoso, a contestare per la pensione irraggiungibile, a lamentarsi per le botte e i maltrattamenti subiti senza mai seguire un progetto organico di rilancio come quello proposto nella petizione. Inutile dire che il risultato di questo patetico peregrinare è, e sarà, sempre nullo.

Tutti poi sembrano eludere quello che è il punto centrale da cui poter ripartire insieme: la salute professionale. La sua centralità è al contrario sistemicamente ignorata da istituzioni, sindacati, partiti, associazioni di categoria, dirigenti scolastici e docenti (questi ultimi fin quando stanno bene) nella convinzione che vengono prima il contratto di lavoro, la previdenza, l’organizzazione del lavoro, le ferie, i permessi sindacali etc. Invece è la salute del lavoratore a venir prima di ogni cosa.

Si dà il caso che la scuola, pur restandone inequivocabilmente vittima, non ha ancora visto riconoscere ufficialmente le proprie malattie professionali che sono peraltro quelle tipiche da helping profession. Urge un intervento tempestivo di fronte alle seguenti evidenze incontrovertibili già pubblicate su questa testata:

  • Dati della bibliografia internazionale ci dicono che il disagio psichico e il tasso suicidario dei docenti sono più alti di qualsiasi altra categoria professionale (Francia, Regno Unito, Germania, Giappone…). Questo dato comune a molti Paesi attesta inoltre che l’usura psicofisica prescinde dal modello scolastico adottato.
  • L’usura psicofisica risulta alta e pressoché identica in tutti i livelli d’insegnamento: dalla scuola dell’infanzia alle superiori di II grado (La Medicina del Lavoro 5/04; Vianello 12/16).
  • L’usura psicofisica della professione abbatte, fino ad annullarla, la cospicua differenza (2,5:1) di suscettibilità alla patologia ansioso-depressiva tra i generi maschile e femminile (La Medicina del Lavoro 5/04; Vianello 12/16).
  • Da una recente ricerca empirica in Italia risultano pressoché quadruplicati i suicidi tra gli insegnanti dal 2016 al 2017 (da 6 a 22 casi) https://www.orizzontescuola.it/suicidi-gli-insegnanti-quanti-nellultimo-triennio-strage-puo-divenire/

Le evidenze di cui sopra attestano che l’alta usura psicofisica dei docenti è prevalentemente imputabile alla particolare, anzi unica, tipologia di rapporto con la medesima utenza (asimmetrica, prolungata, quotidiana, confidenziale, intergenerazionale, numericamente svantaggiosa, soggetta al fenomeno Dorian Gray al contrario) piuttosto che a differenze di genere, livello d’insegnamento, sistema scolastico e riforme varie.

Ne discende che il primo intervento su cui impegnarsi è proprio il riconoscimento delle malattie professionali degli insegnanti cui farà seguito la debita prevenzione (che però richiede di essere finanziata, contrariamente a quanto fatto finora da politica e istituzioni) come specificato di seguito:

a) Attuare immediatamente gli studi epidemiologici osservazionali sui dati (gelosamente) custoditi dall’Ufficio III del Ministero Economia e Finanze. Tali dati riguardano le inidoneità all’insegnamento per motivi di salute negli ultimi 13 anni (dal 2005 a oggi).

b) Dare compimento all’art. 37 del DL 81/08 formando i docenti sui rischi per la loro salute e sui diritti/doveri del lavoratore nel concorrere alla tutela del proprio benessere lavorativo.

c) Formare i dirigenti scolastici sulle loro incombenze medico-legali (siamo in ritardo di 20 anni nell’applicazione del DM 382/98) affinché possano tutelare innanzitutto la salute dei loro docenti nonché l’incolumità dell’utenza.

d) Rivedere la politica previdenziale negli insegnanti alla luce delle loro malattie professionali.

Se la sentono sindacati, associazioni e rappresentanze varie a stimolare la nuova classe politica per indurla a restituire dignità, credibilità e supporto agli insegnanti ripartendo dalla loro salute? A seguire verranno prestigio, salario e previdenza equa.

Non dimentichiamoci che stiamo parlando di una categoria professionale femminile per l’83% che richiede particolare rispetto e tutele (art.28 DL81/08). Come per giunta ignorare il dato subito dopo aver celebrato ancora una vota, a parole, l’8 Marzo?

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