Di Francesco Baggieri –

 

L’Associazione nazionale presidi (ANP) ha parlato e si è espressa in modo forte e chiaro in un documento programmatico pubblicato il 25 maggio. Il tono è quello del (piccolo) manager neoliberista che si sente sinceramente un innovatore e vuole liberare il campo da vecchiumi e residui vetero-novecenteschi per procedere finalmente – senza più nostalgie, vincoli e presupposti ideologici giudicati ormai superati – verso il brave new world, il luminoso e coraggioso mondo nuovo che ci attende. Innovazione a piene mani dunque: flipped classroom, school improvement, middle management. Un’innovazione che parla inglese soprattutto ed è l’inglese dei Chicago boys. Di fronte a un preside della nuova bit generation anche la battuta del rag. Fantozzi che convocato dal mega-direttore mormora “Come è umano, Lei” è storicamente superata. Ormai si dovrà dire: “Come è innovativo, Lei…”.

Ma vediamo in concreto il quadro delle innovazioni, che emerge dal documento del 25 maggio. I punti salienti possono essere rubricati sotto tre domande:

  • cosa devono fare i docenti?
  • cosa possono fare i dirigenti?
  • cosa si ammannisce agli utenti?

Procediamo con ordine e vediamo il primo punto.

Siccome “strutturare il processo di apprendimento-insegnamento a distanza richiede una completa rivisitazione delle metodologie didattiche e dei relativi strumenti” (p. 6), si rende necessario il “varo immediato di una massiva e capillare iniziativa di formazione destinata a tutto il personale, docente (innovazione didattica, docimologia, tecnologia) e ata (tecnologia e amministrazione digitale)” (p.16). Perché, insomma, la formazione è “indispensabile e doverosa per la professionalità” (p. 6).

Beh, certo, corsi di formazione. Perché il docente, si sa, è “antico” e se non è costretto “vi militari” da circolari imperative non si documenta, non si informa e ci vogliono le Aziende formative che erogano corsi a pagamento che il docente (o qualcun altro) dovrà pagare. Ed ecco il business che si profila per innovatori e formatori. Corsi e ricorsi molto spesso con contenuti pressoché nulli che presentano due cospicui vantaggi: quello di far perdere un mucchio di tempo a chi se li vede propinare e quello di convogliare soldi ed euro a chi li gestisce e li controlla. Il che significa consistenti flussi di denaro pubblico a privati che possono così imporre servizi e prodotti di infima qualità e ancor più dubbia utilità. Vedo già la gente far la coda e disputarsi l’ultimo posto per un corso online mentre ai manager intraprendenti e innovativi brillano gli occhi di fronte a tanti clienti costretti a sorbirsi stupidaggini a gogo.

In secondo luogo, “i docenti dovranno volgere decisamente la loro attività alla promozione dell’apprendimento autentico, attraverso un approccio di school improvement, ossia attraverso comportamenti di agevolazione del processo di formazione in uno scenario orientato alla cultura della competenza” (p. 1). Noto con inquietudine: “apprendimento autentico”. Dal che si può inferire che finora l’apprendimento è stato inautentico, ma – grazie a Dio – sono finalmente giunti loro, i nuovi presidi” che ci orienteranno sulla retta via della “cultura della competenza”. E qui, sulla competenza, il discorso sarebbe inevitabilmente troppo lungo.

Mi limito a osservare che “cultura della competenza” significa sostituire programmaticamente ad una formazione culturale e critica, che forse in realtà la scuola ha realizzato solo in minima parte (e infatti è dalla scuola che pur vengono i nostri cari presidi manager), ma che almeno era posta come obiettivo formale, un mero saper fare tecnico consistente nel seguire passivamente delle procedure e dei protocolli senza porsi più alcuna domanda.

In terzo luogo, si tratta di “superare la rigida delimitazione a 18 ore della tradizionale ‘cattedra’” (p. 3). Le 18 ore cattedra sono tali perché si presuppongono altrettante ore di preparazione delle lezioni, approfondimento, auto-aggiornamento, correzione verifiche ecc. ma è inutile rilevare queste banalità. I presidi dell’Anp la sanno lunga e sanno bene (evidentemente per esperienza diretta) che docente fa rima con “nullafacente”. E dunque i docenti si devono fare le loro 36 ore, che caspita! Le scuole saranno aperte 8-10 ore al giorno e i docenti staranno lì non a insegnare (ci mancherebbe: nella scuola delle competenze la lezione frontale e l’insegnamento in genere sono obsoleti), ma a fare i guarda-infanti e a trasmettere competenze fra un corso online e l’altro.

In sintesi, i docenti dovranno fare i babysitter della competenza, seguire corsi online e in presenza e finalmente lavorare 36 ore come Dio comanda.

 

Cosa potranno invece fare i dirigenti scolastici?

Anzitutto, si circonderanno di una piccola corte di passacarte (cioè volevo dire di docenti di qualità). Si legge, infatti, nel documento: “Va da sé che questo presuppone che i dirigenti possano avvalersi di un consistente numero di figure di middle management, individuate tra i docenti sulla base delle disposizioni legislative contenute nell’art. 25, co. 5 del d.lgs. 165/2001 (delegati) senza limite di numero e nell’art. 1, co. 83 della legge 107/2015 (coadiutori) entro il limite del 10% della consistenza dell’organico dell’autonomia” (p. 8).

Gli “insegnanti più motivati e coinvolti nei processi didattici” (p. 6) – ovvero tradotto terra terra gli insegnanti più proni e subalterni alla volontà del preside manager – saranno cooptati in mansioni di vario tipo e natura ma comunque di sostegno al dirigente e corrispondentemente remunerati. Per questo è necessario “l’incremento dei fondi a disposizione dei dirigenti scolastici per compensare il lavoro straordinario, sia dal punto di vista quantitativo che da quello qualitativo” (p. 3). In breve, più potere e più soldi ai dirigenti scolastici.

In secondo luogo, i dirigenti saranno finalmente “liberati” “da vincoli e costrizioni che nulla hanno a che fare con il principio costituzionale del buon andamento ma che favoriscono, al contrario, conflittualità deleterie per il clima relazionale e, in definitiva, per la funzionalità del sistema” (p. 2). In altri termini dovranno avere carta bianca e poter agire senza alcun controllo da parte di organi collegiali e rappresentanze sindacali vetero-novecentesche. I neoliberisti sono zelanti fautori della libertà, o meglio della propria libertà (e non di quella degli altri), una libertà che stranamente assomiglia alla libertà del padrone di schiavi. Per questo bisogna “aggiornare” le competenze degli organi collegiali anacronistiche e “in stridente contrasto con le prerogative dirigenziali” (p. 3).

In ultimo una richiesta contingente: “si dovrà evitare […] di esporre la dirigenza a responsabilità penali per la mancata adozione” (p. 8) delle misure previste dal decreto legislativo per la ripresa dell’attività scolastica a settembre, misure quali il distanziamento, la dotazione di mascherine e dispositivi di disinfezione e la sanificazione dei locali, tutte misure finalizzate alla tutela della salute del personale e degli studenti”.

 

Cosa si propone infine all’utenza (studenti e famiglie)? Il discorso qui è decisamente più sfumato, ma – come si dice – a buon intenditore bastano poche parole.

Si parla di:

  • “snellimento dei curricoli ordina mentali” con “maggiori opzionalità e facoltatività per le scelte delle famiglie” (p. 3);
  • “revisione del sistema di valutazione degli alunni che integri i voti in decimi con i livelli di competenza e le relative certificazioni” (p. 3).

È la controparte demagogica della “cultura delle competenze”, che comporta di fatto uno svuotamento della didattica delle scuole superiori, perché si richiede alle nuove generazioni una competenza meramente tecnica e questa sarà loro fornita dagli studi universitari. Tutto questo è infarcito di belle parole senza senso come “formazione ‘su misura’ del singolo, inserito nel proprio contesto scolastico, familiare e socioculturale, impegnandosi in una riprogettazione dinamica dell’architettura formativa che sia collegata alle svariate possibilità della didattica digitale, attraverso l’attenta orchestrazione delle situazioni comunicative, dei contesti relazionali in cui si fa scuola, della garanzia di inclusione, multidisciplinarità, intercultura” (p. 8). Si sollecita “l’adozione di un approccio multi prospettico” che la faccia finita con la rigidità disciplinare e affermi finalmente “una prospettiva inter-, pluri- e multi-disciplinare” (p. 9) unita alle pratiche del tutoring, del peer to peer e del cooperative learning.

 

Questo è il programma che si dice finalizzato ad un fondamentale school improvement, cioè ad un miglioramento della scuola. Sarà forse un miglioramento per i presidi stile Anp (ma grazie a Dio non tutti i presidi sono orientati in questa direzione), perché vedrebbero crescere considerevolmente i propri poteri di manipolazione nei confronti del personale docente e non.

Sarà una scuola migliore per gli studenti? Dipende da cosa si intende per “migliore”. Il livello delle richieste e la preparazione si abbasseranno ulteriormente e gli studenti dovranno studiare sensibilmente di meno, ma avranno anche molto di meno. Si insegneranno loro banalità e superficialità in concorrenza coi media, con cellulari e con internet e la scuola media inferiore e superiore si ridurrà a un troppo prolungato interludio fra l’infanzia e l’Università.

Sarà una scuola migliore per i docenti? Per la maggior parte di loro sarà una scuola molto peggiore. Quanto agli “insegnanti più motivati e coinvolti nei processi didattici” che saranno cooptati nel middle management non si illudano: non sarà affatto la loro capacità di docenti ad essere premiata e valorizzata, ma soltanto il loro servilismo e soltanto questo costituirà il criterio in base al quale verranno selezionati dal ds.

Sarà sicuramente una scuola migliore per l’élite finanziaria dominante che vuole una manodopera appiattita su capacità puramente tecniche e incapace di porsi domande troppo critiche e troppo imbarazzanti per i signori dell’economia globale.

 

 

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